**Diario di Nonno Luca**
Mia figlia e mio genero sono morti due anni fa. Poi, un giorno, i miei nipotini hanno urlato: «Nonno, guarda, sono nostra madre e nostro padre!»
Eravamo a Rimini, sulla spiaggia, quando i bambini hanno indicato un bar poco distante. Il mio cuore ha perso un colpo alle loro parole. Quella coppia seduta al tavolo somigliava in modo incredibile a Elisabetta e Marco, scomparsi due anni prima.
Il lutto ti cambia in modi imprevedibili. Alcuni giorni è un peso che ti opprime il petto. Altri, arriva come uno schiaffo improvviso, senza preavviso.
Quella mattina, nella mia cucina a Bologna, fissavo una lettera anonima con un misto di speranza e terrore. Le mani mi tremavano mentre rileggevo: «Non sono veramente andati via.»
La carta bruciava tra le dita. Credevo di aver superato il peggio, di aver ricostruito una vita per i miei nipotini, Matteo e Sofia, dopo la perdita di Elisabetta e Marco in quel terribile incidente. Ma quelle parole mi hanno fatto capire quanto fossi ancora lontano dalla verità.
Ricordo ancora il loro dolore quando chiedevano quando sarebbero tornati i genitori. Ci sono voluti mesi per far capire loro che non sarebbero mai più tornati. Spezzarmi il cuore, ma era necessario.
E ora questa lettera… suggeriva che fossero ancora vivi. «Che razza di scherzo crudele è questo?» sussurrai, afflosciandomi sulla sedia.
Stavo per strappare la lettera quando il telefono ha vibrato. Era la banca: un addebito di 20 euro sulla carta di Elisabetta, che tenevo attiva per puro affetto. Ma come? Quella carta era chiusa in un cassetto da anni.
Chiamai il servizio clienti. «Buongiorno, sono Fabrizio. Come posso aiutarla?»
«Verifichi lultima transazione sulla carta di mia figlia, per favore.» Gli detti i dettagli e spiegai: «Sono suo padre. È morta due anni fa.»
Una pausa. Poi, con cautela: «Mi dispiace, signor Rossi. Laddebito è su una carta virtuale collegata al conto.»
«Una carta virtuale? Non lho mai attivata io.»
«Posso disattivarla, se vuole.»
«No, aspetti. Quando è stata creata?»
«Una settimana prima della… scomparsa di sua figlia.»
Un brivido mi attraversò la schiena. Chiusi la chiamata e telefonai alla mia amica Carla. «È impossibile!» esclamò. «Devessere un errore.»
«Qualcuno vuole farmi credere che siano ancora vivi. Ma perché?»
Laddebito era in un bar di Rimini. Volevo andare a controllare, ma avevo paura di scoprire cosa nascondeva.
Sabato, però, tutto è cambiato. Eravamo in spiaggia, i bambini ridevano tra le onde. Carla ed io li osservavamo quando Matteo ha urlato: «Nonno, guarda! È mamma e papà!»
A pochi metri, seduti a un tavolo, cerano una donna e un uomo identici a Elisabetta e Marco. Il cuore mi si è fermato.
«Resta qui con i bambini» dissi a Carla, poi mi avviai verso di loro.
Si alzarono e presero un viottolo tra i cespugli. Li seguii a distanza. Ridevano, lei si sistemava i capelli come faceva sempre Elisabetta, lui zoppicava leggermente come Marco. Poi li sentii parlare.
«È pericoloso, ma non avevamo scelta, Anna» disse luomo.
Anna? Perché la chiamava così?
Li seguii fino a una villetta tra le viti. Chiamai il 112 e aspettai vicino al cancello. Poi, con un respiro profondo, suonai il campanello.
La porta si aprì. Era lei. Impallidì. «Papà? Come ci hai trovati?»
Dietro di lei apparve Marco. Le sirene si avvicinavano.
«Come avete potuto?» dissi, la voce spezzata. «Sapete cosa avete fatto a tutti noi?»
Arrivarono i carabinieri. Elisabetta e Marco, ora Anna e Luca, confessarono tutto. Avevano simulato la morte per sfuggire ai debiti con degli usurai.
«Non potevamo coinvolgere i bambini» disse Elisabetta in lacrime. «Pensavamo di proteggerli.»
Ma il prezzo era stato troppo alto.
I bambini arrivarono con Carla, correndo verso di loro. «Mamma! Papà!» gridavano felici.
Li guardai abbracciarli, con il cuore in pezzi. «A quale costo, Elisabetta?» sussurrai.
I carabinieri li portarono via. «Affronteranno accuse gravi» mi dissero.
E i bambini? Come avrei spiegato tutto questo?
Quella sera, nella quiete di casa, fissai di nuovo la lettera anonima: «Non sono veramente andati via.»
Avevano ragione. Non erano morti. Avevano scelto di fuggire. E forse, questo era ancora più doloroso.
«Non so se potrò proteggerli dalla sofferenza» mormorai. «Ma li terrò al sicuro, sempre.»
A volte mi chiedo se ho fatto bene a chiamare i carabinieri. Forse avrei dovuto lasciarli vivere la loro vita. Ma come si può perdonare chi spezza il cuore dei propri figli?
Cosa avreste fatto voi?







